Spesso, erroneamente, si considera la vista come un alleato, e si fotografa quel che si vede senza pensarci troppo. Quante volte è accaduto, con i tramonti, con i giochi di luce ed ombra, di provare a scattare qualche foto che, una volta sviluppata, era semplicemente deludente?

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© Duane Michals

Oltre alle caratteristiche della pellicola o del sensore, a giocare brutti scherzi sono alcuni fenomeni della percezione, studiati in psicologia. Al di là della latitudine di posa, o del range dinamico, a svolgere un importantissimo ruolo è la percezione, che interviene, correggendo alcune delle informazioni catturate dalla retina. Alcuni esempi? Primo fra tutti, l’immagine che si forma nell’occhio è capovolta, e viene raddrizzata dal cervello, il quale, fra l’altro assegna una dimensione arbitraria agli elementi del campo visivo. Questo fa sì che il sole al tramonto sembri più grande che non allo zenit, solo perché al tramonto è posto vicino ad altri elementi, come la linea dell’orizzonte, che tendono ad ingannare la vista. Oltre alle proporzioni, la percezione agisce sui rapporti tonali: se ad esempio si prende un quadrato grigio e lo si appoggia sopra un foglio bianco e poi nero, si noterà come nel secondo caso sembri più chiaro. In questo modo la percezione corregge i contrasti facendo sì che le differenze fra luci e ombre siano appiattite. In fotografia questo non avviene, le ombre tendono ad essere sempre molto dense, sino a divenire nere del tutto, mentre il sole appare nelle sue dimensioni reali.

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I due triangoli neri sono equivalenti ma, a causa dell’effetto prospettico prodotto dalle rotaie, quello in alto appare più grande (© Sergio Marcelli).

In modo simile l’occhio corregge i colori: questo fenomeno permette di attribuire agli oggetti un colore costante, che viceversa sarebbe mutevole con il cambiare dell’illuminazione. Ma mentre l’uomo corregge la luce automaticamente, in fotografia si rende necessaria una procedura, nota con il nome di bilanciamento del bianco.